Siamo inciampati molte volte nella dicitura zone rurali; dal tempo delle medie alla consultazione delle guide turistiche che le portano ad esempio come luogo di malattie e pericoli.  Viaggiando ognuno sviluppa una propria esperienza delle zone rurali. Io sono entrata in contatto con quelle tropicali, dopo anni di immaginario e dopo aver lasciato Ayutthaya, 70 km a nord di Bangkok, e le sue rovine antiche nonché regno incontrastato delle zanzare il cui dominio si estende tra i fiumi torbidi Chao Phraya, Pa Sak e Lopburi.

Nella cittadina avevo conosciuto altri backpackers (dai quali mi distinguo solo per aver ancor meno soldi) per i quali i miei progetti di partire verso il sud sembravano meravigliosi e ogni isola che citavo era per loro già nota solo per sentito dire. Da Ayutthaya il treno mi aveva riportato a Bangkok, che ormai sentivo vicina, a suo modo confortevole e non respingente; da Bangkok avevo preso il treno per Trang, forse l’ultima stazione a sud e da lì progettavo di spostarmi verso l’isola di Koh Lanta.

Sul treno Bangkok-Trang, circa quindici ore di viaggio, di notte e sotto il getto gelido dell’aria condizionata, avevo attraversato la campagna tropicale, al buio, passando villaggi, baracche e l’odore intenso di afa e di porcile. I vagoni dei treni thailandesi sono una giostra di venditori di cibo, si danno il cambio, e non c’è il rischio di morire di fame. L’ultima volta che avevo preso un sandwich asfittico in una circostanza simile ero su un treno che lasciava l’Italia per addentrarsi in Svizzera: avevo acceso un mutuo per pagarlo mentre tutti gli altri passeggeri mi guardavano con pietà e impotenza.

Non riuscendo a dormire sul treno per Trang, prima di essere cacciata, ero rimasta per ore nel vagone ristorante, una esperienza mistica, degna dei migliori treni espressi notturni in cui ero cresciuta. Assente, per grazia divina, l’aria artificiale, si respirava per mezzo dei finestrini aperti e di vecchi ventilatori appesi. L’angolo cucina era un bancone circolare delimitato in alto, dalle immancabili foto dei reali, ingiallite dal tempo e dai vapori del cibo; viaggiatori tedeschi e inglesi erano seduti a bere, mangiare, giocavano a carte insultandosi mentre attorno, addetti della polizia ferroviaria vegliavano discretamente sul tutto, indossando le loro solite camicie inamidate, pregne di mostrine, stellette, corredate da insospettabili ciabatte (quindici ore di treno non hanno gerarchie).

Uno di loro ordinava ad un cameriere di servirmi qualcosa che ancora non avevo chiesto; un altro mi fissava ma purtroppo non era il cinese de L’Amante, così come io non sono Jane March e fuori non scorreva il Mekong.  Le fermate si riducevano, a volte il treno rallentava, si fermava in mezzo al buio pesto, poi ripartiva; alcune stazioni parevano essere zone turistiche e molti occidentali sostavano sulle banchine con figli, suoceri e valigie con le ruote.

“Devi mangiare?”, mi aveva chiesto il cuoco, ma la domanda vera, lo sapevamo entrambi era “Perché stai ancora qui?”, tutti si erano ritirati nei propri freddi loculi, contando le ore come carcerati, mentre io volevo restare lì, con l’aria non artificiale che arrivava dai finestrini aperti fino al limite, e le poltrone di velluto, da cui vedevo i famosi tropici, le zone rurali, l’aria soporifera e calda di ogni lido, di qualsiasi parte del mondo.

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