Un giorno di Ashura

Un giorno a Beirut può essere un giorno di Ashura. Allo stesso tempo un giorno di dispersione con appuntamenti andati a vuoto, orari di visita ai musei che assumono vita propria, giri in taxi in senso circolare. Puoi provare a vedere Beirut con distacco, dalle sopraelevate, allora la abbracci con lo sguardo, e pensi di capirla e invece no; basta una curva per stare su un’altra prospettiva, un’altra confessione.

La prima volta che sono stata a Bourj Hammoud, nord est di Beirut, giravo per le strade del quartiere armeno, seguendo le indicazioni di una ragazza conosciuta in una galleria. La sua versione e quella della mia guida combaciavano nel presentarmi l’area come un “labirinto di strade con mercanzia di vario genere”, il che combacia anche con la realtà. Tuttavia non ho voglia di colorire i libanesi e il loro paese di tinte esotiche o con scenari post bellici apocalittici; entrambe sarebbero tinte ingiuste e non posso accusarli di essere altro da quello che sono, come io non posso fingere di non essere straniera più volte: in madrepatria, in esilio tedesco e qui, in esplorazione.

Molti mi scambiano per libanese, altri mi guardano incuriositi, altri neanche si accorgono della mia presenza, abituati al passaggio di stranieri di vario tipo. Probabilmente tutti mi incasellano in qualche griglia mentale che conoscono solo loro, e quando riesco a fuggire da questo esame ottico sono contenta di trovare il sollievo ad attendermi. Le griglie mentali sono anche le mie, quindi torniamo al punto di partenza. Il punto di partenza riporta a Bourj Hammoud, qualche giorno dopo la prima visita, rapida e priva di particolari emozioni. Stavolta mi appresto a vedere l’ Ashura. L’Ashura di Beirut.

Con due ragazze americane (una, la mia coinquilina, parlante arabo e operatrice di una Ong, l’altra, bionda e newyorkese, in Medio Oriente inseguendo “conflitti” da raccontare) partecipiamo, invitate da un collega della mia coinquilina, alla celebrazione dell’Ashura, in cui i musulmani sciiti ricordano la tragedia di Hussein, nipote del profeta Maometto, ucciso assieme ai suoi settantadue seguaci, nella battaglia di Karbala, nel 680 d.C, ecc…

In questa zona di Bourj Hammoud, detta Naba’a, vivono molti musulmani sciiti. Hanno chiuso una strada, sigillata alle estremità da servizi d’ordine e militari. La sensazione è quella che siano confinati in una strada, così che possano celebrare in pace, ma appunto la riporto come una sensazione, non mi faccio certo portavoce di identità che non mi appartengono. Fortuna vuole che siamo in compagnia del collega della mia coinquilina e di sua sorella, altrimenti non credo che sarebbero bastati i nostri vestiti neri e l’arabo dell’americana a farci partecipare. Ci danno un foulard verde per coprire la testa; gli sguardi degli altri sono uno spettro senza prezzo: curiosità, derisione, disprezzo. Non faccio foto per non fare sentire nessuno allo zoo, nonostante il permesso che mi è stato dato. Le donne e gli uomini sono seduti e separati; si è in lutto, un senso di claustrofobia mi avvolge, come quando mi costringevano al catechismo del sabato pomeriggio.

Non posso andare via e neanche voglio, in fondo. Siamo sedute in mezzo alle altre donne e davanti a noi il predicatore con il turbante dice cose che non capisco, ma sono severe, questo sì, mi arriva. Accanto a lui c’è una fila di teste di manichino impalate con una fascia verde in testa e un bavaglio bianco sulla bocca intriso di sangue, spero finto. È grottesco e inquietante, come certi arti mozzati di santi che imperversano nelle nostre terre. Fa caldo e l’abilità oratoria del predicatore è notevole, anche se ne sono analfabeta, ne sento l’intensità, la forza. Capisco solo Hussein, Karbala, Ashura; è un racconto orale, e quando arriva il climax le donne iniziano a piangere, a battersi la testa. È una interna narrazione di corpi, a cui mi vorrei aggregare portando la mia personale tragedia: il conto in banca, un amore impossibile, un senso che spesso non trovo.

Tengo il pensiero per me, mentre guardo un neonato che non piange, ride e sulla fronte ha una fascia con qualche scritta in arabo. Mi danno dell’acqua e dei fazzoletti, intuendo forse i miei pensieri da miscredente. Quando la cerimonia volge al termine e alcuni ragazzi in circolo predicano cantando qualcosa, mi offrono da mangiare: è una vaschetta di riso e pollo. Non voglio accettare perché, come ben sanno, io qui non dovrei esserci. Ma insistono e alla fine accetto.

Usciamo dalla strada scrutate come quando siamo entrate; il collega dell’americana, il nostro “uomo del luogo”, si premura di dirmi che non è come ci viene raccontato, loro non sono quelli che si fanno esplodere. Vorrei rispondergli no, infatti quella sono io se vado avanti così. Sto zitta, anche se poi me ne pento, perché per cultura non posso fare a meno di rivendicare l’ironia, che è completamente scissa dalla nostra volontà come la suoneria un po’ disco che sbucava fuori dalla borsa di una donna piangente mi testimoniava e che, per sua fortuna, il vocione del predicatore aveva disperso e mimetizzato. Mentre torno a casa ripenso a questa esperienza, all’Ashura di Beirut: è stata una fortuna averla vissuta. Posso dire che difendo ogni identità, con la contraddizione intellettuale che non so quale mi appartenga e quale possa comprendere; mi soffoca il fanatismo e l’ideologia applicata a forza a chi per anagrafe non può scegliere; riconosco anche il cortocircuito possibile, ripeto, possibile, non automatico, tra identità, fanatismo e ideologia, un filo rosso che le unisce e separa allo stesso tempo, e che da queste parti è molto, molto invisibile a occhio umano, talvolta.

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