Un po’ verso Sud

Verso il Sud del Libano. Sidon è un altro posto da vivere volando, tenendo a mente i luoghi matrigni da cui provengo e da cui sono stata allevata. Quando sono scappata a Jbeil, conosciuta come Biblo, o viceversa, cercavo la calma fuori da Beirut, i silenzi del mare, della pietra e della storia, tutti insieme, all’unisono. La stratificazione dei conquistatori, di fronte al mare, per me un eterno fratello, nonostante i souk per i turisti, i pescatori e gli innamorati sugli scogli, resta una calamita emotiva. Ingurgitavo limonate zuccherate, ciotole di hummus e tabuleh; camminavo sui resti archeologici, sulle erbacce che vi crescevano intorno, un sapore selvatico che ritornava nei gesti dell’autista del bus con cui rientravo a casa, che guidava con la portiera aperta e gettava rifiuti dal finestrino come fossero parole. Le parole del Sud del Libano.

Sarò banale per chi legge ma non ci sono orari né fermate di presunti e inesistenti trasporti pubblici. Tutti suonano il clacson. Tutti. Sul bus salivano molti operai dei cantieri, siriani, iracheni, bengalesi, ognuno con una busta di plastica e le stoviglie del pranzo sporche. Jbeil resta una cittadina tranquilla, con un piccolo porto che lambisce il mare scuro che tocca Beirut, verso cui la città sembra indifferente. Dai sassi di Jbeil vedi alla tua sinistra i palazzacci di Beirut, con le sue tende lunghe e pesanti sui balconi, quasi a ripararsi da ciò che si muove fuori, sull’ asfalto. Ma appunto, Sidon. Il Sud del Libano.

Oltre al castello sul mare, Sidon, quaranta chilometri a sud di Beirut, è solo un souk lurido e maleducato, con rare eccezioni. Ogni figura umana non riconoscibile è un turista da spennare o un estraneo da respingere. Un corpo estraneo che si aggira tra i vecchi e polverosi banchi di frutta e verdura; le gabbie di polli e la puzza della carne appesa. Dalla strada maestra partono vicoli laterali che tutti mi sconsigliano di percorrere. Non ne sono affranta, anzi, dopo un’ora cerco un minivan che mi riporti nell’inferno di Beirut.

Sulla strada lungo la costa passo accanto a resort turistici, con le facciate di un film western, e villaggi controllati da Hezbollah, il partito di Dio. Non ci vuole troppo a riconoscerli: poster enormi con le facce di martiri colti nel loro fulgore giovanile, bandiere con una mano che impugna un fucile. La sporcizia è regina, le carcasse di oggetti coprono i bordi della strada. Il colore del mare è intenso, rabbioso; la spuma delle onde si raccoglie sulla riva, battuta da qualcuno di passaggio. Eppure mi pare di aver visto l’amore da qualche parte; tra gli innamorati nascosti tra le pietre del castello, timidi e impazienti, o nella costanza del pescatore, in piedi, su un resto archeologico. Archiviato l’amore, salgo sul secondo minivan della giornata.

Il minivan è un mondo a cui non ho accesso; non ne conosco la lingua, né le fermate improvvisate sulla via del niente. Se l’autista dice qualcosa, mi giro cercando volti amici a cui chiedere una sommaria traduzione. Senza successo. Nel minivan si fuma, nel minivan si ascolta la musica a tutto volume. Nel minivan, in un mondo ideale, puoi entrare in contatto con l’umanità che lo caratterizza, a volte ci riesci, e dal finestrino vedere in che razza di quartiere militante sei finito: una periferia lercia, tappezzata di bandiere, martiri e leader. Da lì Beirut si estende come una piovra di cemento, su cui corrono i servicen, i taxi collettivi, affamati di clienti.

Un giorno forse anche io sarò soldato. Un soldato senza leader che cerca una via maestra, che prende le misure, come una sarta, tra ciò che è oggettivo e ciò che non lo è; in mezzo nascerà un germoglio storto, orfano, a cui guarderemo con curiosità e spavento. Saremo genitori di quel germoglio e non potremo più evadere la realtà delle scelte.

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