Una sera di festa

In una sera di festa a Beirut Yara mi chiede se mi piace la città. Lo sa meglio di me che qui si vive di paradossi e sa anche che la città si lascia amare con fatica se non scappi da lei fin dal primo giorno. Anche Yara pensa che con i luoghi creiamo relazioni e non è sempre vero che “non sei il posto ma sei tu”. No, è anche il posto e quello che gli dà forma: le persone, le strade e quello che capita mentre aspetti l’autobus. Ma io voglio ballare la dabke, piuttosto che pensare alle relazioni vere o presunte e non muovermi da A a B e da B a C, ovvero l’unico modo di muoverti con il corpo per Beirut.

Yara ride e sostiene che per me sia tutto esotico, impossibile, le rispondo, in queste settimane ho visto solo una volta un cammello, sfinito al suolo davanti all’ingresso di un sito archeologico, aspettando sul groppone qualche turista. Non c’è niente da fare, Yara temporeggia, la dabke si allontana sempre più e non posso fare altro che ascoltarla. Ti spiego, l’ho conosciuto che era un ragazzino; i denti sembravano ancora aguzzi e la faccia era glabra, poi è rimasto lì, negli anni che passavano e ognuno li viveva come capitava. È riapparso come uno scherzo, a giugno, mentre l’estate iniziava, e poi l’ho ritrovato su altre latitudini, ma era solo un’allucinazione. Mi spiace Yara. No, non fa niente. Ora ne conviene anche lei: la danza è una cura, seppur un breve palliativo, in questa sera di festa.

È in questo allegro stato d’animo che ci dirigiamo verso Mar Mikhael e scopro che perfino a Beirut si possono vivere i quartieri con il corpo, attraversando i marciapiedi che portano in senso verticale o verso il basso o verso l’alto. Si aprono anfratti che precipitano da qualche parte e, per ora, a occhio nudo, non vedo ostentazioni di giovanilismo, e se scendo ancora scorgo parcheggi lasciati, per puro caso intatti e se lascio Yara da sola, con le sue impossibili allucinazioni, e cammino, non sapendo dove, posso raggiungere la Corniche.

Una lingua di cemento davanti al mare, dove si pesca, si fa il bagno e sugli scogli sporchi si mangia o si fuma il narghilè. Se vuoi noleggi una barca o ti prendi una sdraio in qualche lounge bar e guardi il tramonto, poi vai avanti fino a un luna park, con la ruota panoramica conficcata nel deserto, le panetterie ammuffite e le gelaterie che emettono creme dai colori innaturali. Perfino i colori del gelato sono inventati a Beirut. Sulla Corniche la gente vive la domenica; alcuni joggers tagliano la strada alle bambine musulmane con i tulle rosa e le scarpe da ballerina; si vendono biglietti della lotteria per tentare la fortuna, la fortuna di vivere in un altro posto.

Torno con la testa accanto a Yara, mentre in un locale dietro ad un ristorante si addensa una piccola folla in attesa della musica, in questa sera di festa a Beirut. Siamo tutti vestiti in modo normale, da sera di settembre. Yara mi fa notare che anche qui ci sono quelli con la barba e i baffi arricciati, percentuale minima, rispondo, vieni a Berlino, lì sono una lobby vera e propria. A poco a poco iniziano le danze e si arriva alla dabke da una musica che con quel ritmo non ha niente a che fare, ma la si adatta e alla fine i passi stessi si adeguano: rapidi, scattosi, semplici, tenuti assieme dalle nostre schiene affiancate. Sì a Beirut c’è il traffico, dico a Yara, ripensando alla sua prima domanda, ma ci si adatta.

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