Verbotene Filme. Il cuore nero della Germania

Tra il 1933 e il 1945 sono stati girati circa 1200 lungometraggi in Germania, 300 sono stati vietati dopo la guerra e almeno 40 sono oggi considerati “film riservati” , il cui accesso è limitato. Il documentarista Felix Moeller con “Verbotene Filme- das Verdrängte Erbe des Nazis- Kino (2014) (Film proibiti- l’eredità soppressa del cinema nazista) salta su un nervo scoperto della storia tedesca, un viaggio nel suo cuore nero e nel lato oscuro del cinema.

Si parte dall’archivio federale di Hoppegarten, dove le pellicole sono conservate in bunker speciali che garantiscono condizioni climatiche ottimali, per selezionare sequenze di film di propaganda, ma si sviscera anche lo star system dell’epoca, espressione di un alto livello recitativo, come sostiene una rammaricata Margarethe von Trotta, intervistata sulla necessità o meno di tenere l’ archivio ancora ben saldato.

Su questo punto il dibattito si allarga e Felix Moeller raccoglie i contributi di storici, studiosi di cinema, sopravvissuti alla Shoah, esponenti della comunità ebraica in Germania e a Gerusalemme, studenti e militanti dell’estrema destra. Al centro della discussione c’è la fruizione odierna di un cinema, seppur di propaganda, considerato pericoloso dove può non bastare l’intento educativo della libera proiezione.

Un film come “Jud Süss” (Süss l’ ebreo) di Veit Harlan, un condensato di stereotipi sugli ebrei da parte dei nazisti, ha avuto in Germania circa 20 milioni di spettatori, “Avatar” appena 11. Certo altri tempi, ma possiamo far finta che oggi non ci sia una sottile propaganda, per esempio, sul mondo arabo? Chiede provocatoriamente un ragazzo francese dopo una proiezione del film di Harlan.

“Heimkehr” (rimpatrio) di Gustav Ucicky è un film palesemente anti polacco ma per la studiosa Sonia M. Schultz il pericolo si può disinnescare con le dovute conoscenze storiche che tuttavia non sempre sono equamente distribuite. “Potete immaginare un proiezione pubblica non controllata di Jud Süss? Che impatto può avere per le nuove generazioni facilmente orientabili?” ribadisce Ernst Szebedits, a capo della Fondazione Murnau.

Lo storico Götz Aly sostiene invece il rilascio totale dei film, come fonte storica, perché l’abuso è sì un rischio, ma almeno si evita il consumo clandestino. Naturalmente il campo resta minato: uno vede “Ich klage an”(Io accuso) di Wolfgang Liebeneiner, presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 1941, e non appena la protagonista, ammalatasi di sclerosi multipla, implora in lacrime il marito di darle la morte, si creano legami emotivi con la modernissima questione dell’eutanasia, per poi ricordarsi, o scoprire, che l’obiettivo del film è quello di supportare il programma Aktion T4.

Stiamo parlando di documenti storici o di una propaganda efficace? Anche il mondo ebraico si spacca: bisogna vietare, no bisogna proiettarli nelle scuole. Due esponenti dell’ estrema destra, in un ragionamento che è quasi un volo pindarico, ritengono che lo stereotipo sul denaro possa attualizzarsi oggi nella tirannia del capitalismo.

In verità nella selva di internet, per molti di questi film, il problema non si pone più e nel documentario qualcuno ricorda bene le stesse pellicole nelle sale off degli anni Ottanta. Libera fruizione su libero supporto? Televisione? Dvd? In potenza un rilascio sul libero mercato potrebbe prestare legalmente il fianco ad accuse penali, sulla carta legittime.

Lo scenario implicherebbe un eventuale noleggio di sale da parte dell’estrema destra. Eppure si tratta anche di un patrimonio storico e cinematografico e in ultimo, volenti o nolenti, di una eredità culturale. Dove dovrebbe muoversi il bisturi della divulgazione e dell’analisi? I timori, che una cosiddetta forte democrazia dovrebbe respingere all’uscio, restano immobili soprattutto nel pavido mondo della politica.

Pubblicato su Moscow Mule- Alias/Il Manifesto

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