Un altro treno, stavolta per Da nang e solo per una notte. Da Hanoi riparto di mala voglia ma felice di non dover più dividere il bagno con altre dodici persone. Il viaggio è di tredici ore, infinite, dilatate, e la temperatura dei vagoni è glaciale. Accanto a me una donna trascina un sacco colmo di pomodori e lo mette tra di noi; il sacco è forato, i pomodori maturi e la salsa è già pronta. Il succo impregna lo zaino che ho messo ai miei piedi, la suola di gomma delle scarpe e solo per un miracolo non arriva ai contatti del computer. Impreco mentre una coppia di turisti capisce e ride. Il viaggio prosegue così, attraversando risaie e paludi, imprecando e starnutendo.

Arrivo a Da nang di notte e resto in ostello con il mal di gola che declinerà in bronchite. Faccio appena in tempo a vedere il mare, scuro, agitato da correnti, la sabbia bianca e rovente, e a mangiare nella solita bettola riso e carne di porco i cui resti per terra vengono addentati da cani e topi. Il giorno dopo sono di nuovo in viaggio per Hoi An, con un autobus, uno dei tanti sleeping bus che arriva da non si sa dove e trasporta backpackers e locali accoccolati su uno scomodo monosedile. A Hoi An starò due settimane: in caduta libera con le finanze ho chiesto ad un hotel di farmi fare volontariato, in cambio di vitto e alloggio. Hoi An è una delle piccole perle del Vietnam, seppur turistiche, seppur fastidiose nelle loro presse (vuole un altro drink? Un dolcetto? Noccioline? Mango? Papaya?).

La città vecchia, intatta con le vecchie shophouses cinesi ed edifici coloniali, ospita numerose botteghe di indumenti e scarpe di pelle: confezionano abiti su misura a prezzi stracciati. Ho visto viaggiatori scalcinati in posa per un abito di seta.

Lungo il fiume Thu Bon la gente fa su e giù, passando per il mercato di frutta e verdura o fermandosi in uno dei tanti bar, con i prezzi tarati sui bancomat con infradito, cioè noi. L’insistenza nella vendita raggiunge livelli mai visti: ho visto un tizio in motocicletta chiedere (a pagamento) a un turista in bicicletta se avesse bisogno di un passaggio. I vietnamiti vanno avanti senza sussulti, la storia parla per loro. Non temono il confronto, lo “scontro”, una risposta o un contatto fisico. Ti spostano fisicamente se li intralci per strada, in casi estremi. In treno, se ti siedono accanto, si fanno largo con le gambe e le braccia, per poi sorriderti e offrirti manciate di riso colloso o un mandarino, mentre l’aria condizionata ti devasta la trachea.

Nella loro “insistenza” hanno idee strane e culturalmente bizzarre. Ho discusso varie volte con la manager dell’hotel perché pretendeva da me performances surreali, tipo, appunto, chiedere ossessivamente agli ospiti di bere o di improvvisarmi giocoliere quando tutti preferiscono correre verso il lungofiume visto che non riescono nemmeno ad organizzare un torneo di freccette. Così trascorro le mie due settimane a Hoi An, sudando per la città vecchia, andando in spiaggia, parlando per “lavoro” con la gente e ascoltando centinaia di storie. Molti viaggiano da mesi, hanno bende e cerotti per piccoli incidenti, spesso in motorino; hanno storie comuni e diverse, avvicinate dal reset esistenziale che ci cinge la gola.

Trovo storie di solitudine, di relazioni e carriere saltate per aria come su mine; amori esplosi in viaggio e ipotesi di innamoramenti subito abortite. Sto con gli altri per ascoltare storie, per imparare a stare anche da sola e quando hai condiviso in momenti di grazia delle cose belle, già devi dimenticarle perché il viaggio prosegue per tutti, in altre direzioni. Queste sono le cose brutte del nomadismo, oltre a dormire in stanza con dodici persone e un bagno senza finestra.

Quando lascio Hoi An, in hotel sono quasi contenti. Non sono stata molto diversa da un soprammobile per loro: volevano creare ogni sera una “famiglia” che si divertisse solo offrendo bevande gratis e stupidi giochi da tavolo. A ognuno le sue illusioni. Ora mi aspetta Saigon!

Saigon. Dopo mesi di bus, treni, minivan, traghetti, mototaxi e Dio sa cos’altro mi concedo il lusso di un volo interno. In un’ora sono a Saigon allo stesso prezzo di un viaggio eterno in bus. Saigon è irrespirabile, attraversare la strada è un dilemma; lo sciamare degli scooter sorprende l’immaginazione di un folle. Alla modernità fanno eco bettole in cui mangiare, baracchini di fritti e panini, parchi con vista su un canale infestato di sorci. Mi affido per alcuni giri a conducenti di mototaxi, sfidando la morte ogni secondo; con uno si finisce dritti dritti in un cafè nascosto e gentrificato.

Uno di quei posti dove un toast al formaggio e prosciutto viene servito dentro una pirofila, così, senza apparente ragione. A volte mangio sta roba da sola, altre volte mi lascio accompagnare da qualcuno/a con cui dormo in stanza, sentendo altre storie, di perdizione, fortuna e speranza. In una domenica afosa non trovo di meglio da fare che tatuarmi una piccola lanterna sull’avambraccio sinistro. Ho addosso citazioni cinematografiche, parole in greco antico, massime di autori irlandesi, titoli di coda di film coreani, ma è la prima volta con una lanterna. Uno spicchio di Asia che vivrà con me, anche nei prossimi viaggi.

Dopo aver visitato il museo della guerra, triste e retorico (ma dai, è dal punto di vista vietnamita?! Che sorpresa…) i miei veloci giorni a Saigon si chiudono così come il mio mese in Vietnam. Un paese dolcissimo e dallo sguardo fisso allo stesso tempo; dal cuore grande che si lascia scoprire a strati. L’ultima sera sono in piazza per i festeggiamenti della riunificazione: fuochi d’artificio, canzoni e balletti. I commissari del popolo o chi per loro sono tutti in prima fila, gli altri dietro. Attorno commercianti pronti ad azzannare il prossimo viaggiatore. L’Asia è anche questo.

 

 

 

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