Visioni Arabe

Riflessioni post primavere, drammi femminili e post coloniali, passioni e possessi, sono le tracce su cui si è mossa la sesta edizione del festival del cinema arabo di Berlino. dall’ 8 al 15 aprile 2015: una rassegna fervida, che attraversa l’attualità senza concedere facile gioco ai cliché dell’orientalismo.

Néjib Belkadhi è un regista tunisino che con “Bastardo”, scritto prima della primavera nel suo paese, attraversa la parabola e le tenaglie del potere, potenzialmente anche al di là del mondo arabo, con la storia di Mohsen, figlio di nessuno ritrovato in una pattumiera. Il racconto è da subito rilanciato in medias res, trent’anni dopo, quando Mohsen è adulto, guardiano di una fabbrica di scarpe, e nel suo squallido e povero quartiere chiamato da tutti bastardo.

Il microcosmo è quello di una società corrotta, fondata sul terrore della prevaricazione dell’altro, dove la violenza è l’ultimo dei dettagli e il degrado umano la regola quotidiana. La svolta (forse) alla vita del protagonista arriva dall’avvento della modernizzazione, grazie ad un’antenna GSM installata sul tetto di casa.

La potenza visiva del film di Belkadhi ha accenti grotteschi nel registro e nella rappresentazione degli animali: bestie squartate in macelleria, insetti sui corpi. Dov’è la primavera araba? Per dovere di metafora sembra investita da un definitivo cinismo. Al di là della politica è“Décor”, capolavoro egiziano di Ahmad Abdalla, dove un rarefatto bianco e nero segue la protagonista Maha, donna in carriera, set designer per produzioni cinematografiche locali.

Il confine tra realtà e finzione del set si sgretola quando Maha inizia a proiettarsi nella vita del personaggio del film in cui sta lavorando, una casalinga dalla vita banale, e diventa patologico nel momento in cui lo spettatore non sa più dove finisce la realtà e inizia il sogno. Il film di Abdalla, scritto con suprema maestria, è un lavoro sulla scelta, sul melodramma interiore in cui non è difficile identificarsi.

Molti sceneggiatori nostrani e aspiranti tali dovrebbero studiare lo script di “Décor”. “Goodbye Morocco” di Nadir Moknèche è un omaggio noir alle passioni di Almodóvar (un personaggio va persino al cinema a vedere “Parla con lei”) in cui la femme fatale è Dounia, figlia della Tangeri bene, che cerca di approfittare di un prezioso ritrovamento archeologico nel cantiere edile dove lavora per lasciare il paese con il figlio.

Ma la molla in cui ogni buon noir che si rispetti, e il film di Moknèche non fa eccezione, precipita non si fa attendere nel momento in cui un migrante africano che lavora illegalmente nel cantiere muore. Ogni intrigo crea un effetto domino sull’evento successivo e il regista ritaglia, nel frattempo, una precisa descrizione del contesto geografico sociale post coloniale, nella storia del Marocco, della Francia e, per forza di attualità, anche d’Europa.

“Ghadi” di Amin Dora è una storia libanese, dolce come una fiaba, ma realistica nella descrizione di come la diversità possa essere accettata da una società tradizionale e machista. Leba, un insegnante di musica di un piccolo villaggio, trova un espediente, al limite del circense, per far accettare suo figlio, affetto dalla sindrome di Down, all’interno di una comunità variopinta, con i propri personaggi tipici, forse un po’ granitici e con poche sfumature, ma raccontati con sano divertimento e la malinconia inevitabile di ogni vicenda umana.

Pubblicato su Alias-Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

1 Comment

Kim Marzo 7, 2019 at 1:10 am

Hi there! Such a nice short article, thanks!

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