Per questo ferragosto Enzo sarebbe fiero di me.

Chi è Enzo? Se non avete colto all’istante la citazione siete troppo giovani oppure io già attempata.

L’autobus è in ritardo di un’ora, è il low cost, bellezza. Occupo un’intera panchina della stazione di Südkreuz di Berlino con lo zaino e nel frattempo mi assicuro le distanze di sicurezza sanitarie obbligatorie per legge. Il sole scava il piazzale per nulla affollato in questo agosto pandemico. La situazione è insolitamente estiva per una città depressa come questa. Quando, finalmente, arrivano a prendermi mi installo per il viaggio che da qui a Poznan è solo di poche ore.

Il telefono è già in carica via flebo.

I sandwich sono stati divorati. Il bagno è stato localizzato. Disinfettante al lampone putrefatto in bella vista sugli scalini. Libro pronto.

Si parte per la Polonia.

Poznań

Le piazze dal taglio asburgico le amo poco, è più forte di me. Mi scaraventano in modo solenne al centro della storia, forse è solo timidezza. Con questo stato d’animo mi scaravento a mia volta sui pierogi le cui varianti alternative fanno il turista contento. Dolci e salati, con l’anatra affumicata o la vaniglia.

Questo non è un museo. Un cinema dentro un cortile che puzza di piscio. Non fare fotografie per favore. Vuoi vedere un film? No, volevo solo vedere le pareti. Arrivederci.

Dai santuari e dalle chiese escono file di persone per la messa della sera e si confondono con lo struscio sulla Półwiejska come fosse una provincia qualsiasi. La diffusione dei pierogi, in versione alternativa e tradizionale, non ha nulla da invidiare a quella dell’immagine del Papa Wojtyła. Una circolazione febbrile che non conosce tregua e che mette in imbarazzo ogni sincera spiritualità.

Camminare per una città sconosciuta non sempre è uno spasso. Lo diventa se si accetta umilmente, sì con spirito di sacrificio, il calvario dei piedi indolenziti. D’altronde, questo non è in sintonia con una società definita cattolica che sa di acqua di colonia e d’aroma di incenso allo stesso tempo?

La spiritualità è la pura necessità umana di trovare risposte al calvario dell’anima (non solo a quello ortopedico). Dovrebbe bastare questo, non sono necessarie altre commemorazioni macabre.

Per il mio personale calvario ho trovato finora poche risposte. Una di queste è la pittura. Chi immaginava che il Museo Nazionale di Poznań fosse così ricco di pittori polacchi degli anni Venti e Trenta di cui nessuno si cura se non nelle personali qua e là. E i collage delle sperimentazioni degli anni Sessanta!

A causa del Covid-19 devo trascinare lo zaino al deposito della stazione se voglio sfruttare ancora un giorno. Per proteggerlo, chiaro.

Se il barocco vi fa venire il mal di testa evitate la Parish Church: è quella con la facciata barocca e tutti i ghirigori. Stasera sarò in un posto nuovo e avrò dimenticato anche il celebre cornetto di San Martino, dolcissimo, con il suo interno molliccio di frutta secca, lievito, zucchero e il diavolo sa cos’altro.

Toruń

Devi vedere Toruń. Se non la vedi muori.

La guida mi minaccia e io non voglio soccombere ai sensi di colpa, per cui faccio tappa nella “deliziosa città gotica” che nessuno dovrebbe perdersi. Oltre il sarcasmo, confermo l’affermazione. Ma come ci sono arrivata? Con l’autobus e la guida che insulta i viaggiatori disobbedienti.

L’autobus mi ha lasciato di sera in una stazione desolata e una coppia di ragazzi in bicicletta ha evitato che restassi sul marciapiede orientandomi e, soprattutto, chiamando un taxi. In polacco.

Non sempre la tecnologia, le App di spostamento, soccorrono e danno risposte. E poi a Toruń non c’è Uber, bensì Bolt.

Per evitare malattie e infezioni sto evitando di dormire in stanze con altri quindici sconosciuti potenzialmente ammalati e ad alto rischio di rumorosa apnea notturna.  La mia coinquilina di stanotte si chiama Iwona e fa i biscotti al ginger a forma di gatto e comunica in inglese solo tramite telefono.

La specialità locale è il pane allo zenzero, o meglio, una sorta di biscotti morbidosi parenti lontani di quelli alla cannella i quali, tuttavia, sono secchi e fanno vomitare. Nella mia stanza ci sono rami di piante misteriose appese con le mollette ad un filo.

Qualcuno dovrebbe spiegarmi perché, da queste parti, il cuscino da letto è equivalente e spesso sostituito da quello minuscolo del divano, ce n’è uno perfino ripieno di semi di ciliegia. Amnesty International è inspiegabilmente all’oscuro della faccenda.

Catalessi. Un giorno di sole, estivo, come tutti quelli che seguiranno durante il viaggio.

La Vistula al mattino mangiando pane allo zenzero. La calma attraversa il corso del fiume fino a sporgersi al di là della riva, dove una lingua di sabbia delimita il bosco. Sul lungofiume alcuni passeggiano con il cane, si siedono e compilano un sudoku economico.

Molte ragazze sembrano perennemente sul red carpet, anche alle dieci del mattino. Surreale.

Trascorro la giornata a bollire con il caldo, su e giù per le torri medievali, le chiese gotiche, le supercolazioni bomba, musei, e pure la casa di Copernico, tiè. Non c’è un effetto “fake” negli edifici ma non ho tempo di soffermarmi sulle questioni architettoniche perché devo tornare alla stazione per prendere un altro autobus.

È interessante come ogni stazione del mondo si assomigli con i suoi dichiarati disperati che chiedono informazioni e sigarette. Sempre più simpatici delle zanzare e degli insetti da panchina.

Danzica

Enzo direbbe che “per essersi rifatta, si è rifatta bene”.  Il cuore del centro turistico si concentra sulla bellezza delle facciate messe in fila come fossimo in una Amsterdam molto meno stretta dell’originale.  La bruttezza delle bancarelle con la finta ambra non è abbastanza per ridurre Danzica alle mandrie da shopping di strada che manco il Covid le ferma.

Visito il museo sulla storia della città ed entro per poi uscirne velocemente in quello archeologico. La basilica di Santa Maria mi ripaga di tutte le vasche fatte schivando le mandrie.

La zona portuale con quello che resta di “attivo” è bellissima e desolata. Sta lì mentre una lunga striscia di asfalto liquefatto dal sole la circonda. L’epopea di Solidarność compie 40 anni. Per chi volesse saperne di più c’è il centro/museo omonimo con foto e delucidazioni in inglese.

Mi resta del tempo anche per momenti per soli adulti:

Due panzerotti tatari fritti ripieni di carne e formaggio, dicesi Czeburek. Non paga dell’esperienza ai limiti dell’umano azzanno un paczki al cioccolato.

Il Museo sulla Seconda Guerra Mondiale è Disneyland. Se avvicinare i ragazzi alla storia è questo, beh, magari avete ragione.

Overdose gastronomica. Manca solo la vasca da bagno. In ostello ci sono solo docce piene di sabbia del Baltico e di confezioni shampoo monouso.

Non sia mai che dimentichi di fare la lavatrice. Quella da otto kg è la più economica. Ci sono anche le istruzioni nella mia lingua. Wow.

Parto per Varsavia con il treno, un intercity in cui nessuno mi parla. Avrei ripreso un autobus ma la corsa è stata annullata, per cui, ahimè, dovrò fare proprio come David Bowie che arrivò a Varsavia Centrale in treno.

I campi scivolano via rapidissimi. Chiedo scusa ogni dieci minuti se intruppo con gambe o braccia qualcuno.

A Danzica ho provato anche la cucina casciuba, una minoranza slava della Pomerania che prepara le aringhe più buone del mondo.

Varsavia

È sera tardi, quasi notte. La stazione centrale è un grosso ventre di una metropoli con insegne al neon o almeno a me così pare perché arrivo da piccole cittadine, bomboniere con il gilè stirato.

Mi sono familiari i palazzoni squadrati e i dettagli liberty che spuntano qua e là. Oltre i grattacieli l’old town e nessuno dei due si lamenta dell’altro, anzi, convivono nell’armonia della ricostruzione, in equilibrio.

Il Parco Łazienki è la prima cosa che vedo perché mi è stato dato un appuntamento presso la statua di Chopin. È un bel parco elegante, dove fare quiete passeggiate da soli o accompagnati. Mi hanno detto che d’estate c’è anche un cinema all’aperto.

Non riesco a contenere tutta la storia di Varsavia. Quando provo a seguire le tappe della sintesi che il ragazzo del walking tour snocciola io sono rimasta indietro, mentre tento di riallacciare la trama, alzo la faccia e il profilo della piazza dai piedi della Colonna di Sigismondo è quello di un cartonato pop-up per la perfezione e per la sorpresa che suscita in chi guarda.

I negozi sono già chiusi ma io vado in giro comunque a cercare una penna per le mie memorie. Così trovo, sotto casa, una fontana multimediale. Non mi trattengo, preferisco farlo davanti a una padella fumante di bigos e davanti alle caricature e ai disegni di Krauze con la sua malinconia.

Anche ad agosto il vago sapore del nostro futuro precario ci preseguita.

A Parigi le insegne di bar e ristoranti sono spesso a neon. A Varsavia meno, però c’è un museo apposito con esemplari della sua storia più o meno recente. Si trova al di là della Vistula, nel quartiere di Praga.

Seguono birre, vodka, carne cruda con l’uovo sopra. Promesse d’amore non mantenute. Ti amerò per sempre, certo come no. We’ll meet soon before you say of course.

Per prendere le giuste distanze dai luoghi e scovarne i dettagli salite più in alto che potete, per esempio in cima al Palazzo della Cultura e della Scienza, di evidente matrice sovietica. Si sale in ascensore e si osserva Varsavia dall’alto. Guarda quelli siamo noi ai giardini sassoni che prendiamo un gelato da un carretto per digerire gli gnocchi di patate con crema di formaggio e il cavolo ripassato.

Arriva Ferragosto. Come una mannaia. Lo passo a Wilanów: c’è un parco elegante, con gli stagni, i pendii d’erba, le statue, i giardini, le serre.

Tra tutti i pittori che non conoscevo Witold Wojtkiewicz lo ricorderò con affetto. La sua serie sull’infanzia è un incubo evanescente, impalpabile con quei colori scrostati e le forme “a macchia”, lontana anni luce da favole accomodanti. Non potendomi permettere un suo quadro ho preso cartoline e segnalibri.

Tornando alla cronaca di Ferragosto. Nel parco di Wilanów c’è una chiesa e stanno entrando tutti per la Messa. Ma la prima persona che ho visto in questa giornata è una ragazzina con un vestito verde di cotone e le scarpe da tennis nere che sale su per le scale di Kamienne Schodki. Mi sorride mentre mi viene incontro e l’apparecchio per i denti sbrilluccica al sole.

L’acqua, le statue del parco sono immobili come l’immagine della ragazza. Tutta questa rarefazione merita un bastoncino gigante di zucchero filato. Per 5 złoty.

È l’ultimo giorno a Varsavia. La sera sono in due locali diversi di Mokotów. Sembra una zona vivace con locali e performance artistiche ora sospese causa pandemia. Alcuni condomini mi ricordano l’uniformità grezza di quelli berlinesi prima della fase di gentrificazione e assalto dal Sud Europa di circa dieci anni fa.

Cracovia

Molti preferiscono Varsavia, altri Cracovia. Io a viaggio ultimato posso dire che preferisco la prima. Il senso di metropoli, di moderno e di antico, per quanto ricostruito, ha la meglio su un borgo di provincia, bellissimo, ma ristretto per chi, come me, è cresciuto in una cittadina, ai margini stessi della provincia, e non avere un mezzo proprio di spostamento era fatale.

Quindi amo la metropoli, la città grande, i viali, i grattacieli, le metropolitane gonfie di pendolari, i quartieri diversi, i cinema con i sottotitoli, gli spazi espositivi dove mi perdo e chissà se mi ritrovo.

Mi è dispiaciuto lasciare Varsavia. Purtroppo ho questo problema: sviluppo relazioni amorose con i posti dopo solo cinque giorni se meritevoli della mia attenzione.

A Cracovia il tempo cambia. Un diluvio mi accoglie e non ho altra scelta che rifugiarmi in un bistro così fancy del quartiere ebraico che verrebbe voglia di restare sotto i fulmini. Non ci vado solo perché mi hanno portato una cheesecake al latte di capra con il gelato al lampone accanto.

Piove anche nei giorni seguenti sulla piazza del mercato. Prende la pioggia anche il trombettiere sulla torre della Basilica, salutarlo porta fortuna dunque mi sbraccio come una invasata.

Il Castello del Wavel, una delle attrazioni più visitate, ha un meraviglioso cortile interno in stile rinascimentale italiano. Anche gli interni sono interessanti sebbene un po’ spogli. La cattedrale “dalle diverse facciate”, lì adiacente, è un viaggio oltre lo specchio di Alice, in questo caso gotico, e credo che senza audioguida non avrei compreso granché.

Appena sotto la collina c’è un drago che sputa fuoco e giù in strada concedetevi pure un brezel al sesamo, tanto ormai avrete già mangiato l’intera Polonia. Io l’ho sgranocchiato così: passeggiando sotto quel poco di sole rimasto a ridosso dei binari del tram popolati da ubriaconi.

Le tombe, le cripte, gli arazzi, i tappeti. Il coma alimentare: merenda con una bruschetta assassina di nome Zapiekanki e per cena, sissignori, un’anatra arrosto con salsa di ribes della migliore tradizione ebraica.

Tuttavia se cercate anche un po’ di arte contemporanea non mancate di visitare il MOCAK, dopo una visita alla Dama con L’ermellino del Sor Da Vinci e, se siete una principessa sfigata come me, una tappa nel caffè “Camelot” non ve la toglie nessuno.

Ho già consumato due settimane tra gli autobus e questa gentilezza timida, a volte scontrosa, dei polacchi che ho incontrato. Spero un giorno di ritrovarli tutti, a braccia aperte, mentre scappo dal nemico germanico, soprattutto la ragazzina con il vestito verde e l’apparecchio perché, credo, volessi dirmi qualcosa che debbo assolutamente sapere.

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